Flanerì su Nuovissimo testamento

(fonte)

In un reparto dell’ospedale dello stato di DF — il più celato e spaventoso, quello dedicato ai Disturbi affettivi — sono ricoverati alcuni pazienti. Manlio Cuzzocrea, che ha pianto per nove giorni di seguito, senza dormire né mangiare, consiglia a Fausto Albini, l’ultimo arrivato, di imparare in fretta il senso della misura, e cioè cosa gli conviene fare e cosa non fare: se vuole uscire da quel posto orribile, infatti, è bene che si comporti a modo fin da subito. Fausto è svenuto dopo aver disegnato un cerchio sulla sabbia, gesto che gli ha riportato in mente qualcosa, forse l’abbozzo di un’emozione e quindi di una colpa.

In reparto ci sono anche Andrea e Angelo, responsabili rispettivamente di aver letto dei libri e sognato la propria madre. In ognuno di loro qualche meccanismo deve essersi inceppato: il vaccino iniettato agli abitanti di DF alla nascita, che cancella sentimenti, emozioni ed empatia — e che quindi garantisce una società più ordinata, felice e produttiva –, non ha funzionato bene. Rinchiuderli, curarli, e in casi estremi condannarli, è l’unico modo per evitare uno scoppio di emotività incontrollata. È proprio tra le mura dell’ospedale, però, che si diffonderà il germe di una rivolta; rivolta che esiste ma che all’inizio i protagonisti non riusciranno a capire cosa rappresenti, se voglia di vivere, rabbia, oppure disperazione.

L’ultimo romanzo di Giulio Cavalli, Nuovissimo testamento (Fandango Libri, 2021), è una distopia atipica. Già il titolo, con il suo esplicito richiamo alla seconda — e discordante rispetto alla prima — parte della Bibbia, rivela come il cuore del libro sia la rottura, la violenza — e la speranza — insita nel cambio di paradigma, nell’annuncio di qualcosa di totalmente nuovo. Anzi, nuovissimo: il monito del superlativo mostra che ogni rivoluzione — o rivelazione — ha bisogno ciclicamente di essere riaggiornata, o meglio ricordata, ribadita.

A DF tutto è studiato nei minimi particolari per evitare l’emergere spontaneo di emozioni: matrimoni e amicizie sono stabilite dall’alto e ruotano periodicamente, mentre i bambini vengono separati alla nascita dai genitori; le inclinazioni lavorative sono decretate dagli algoritmi del governo; la società è divisa in livelli, e avanzare di classe sembra l’unico — per quanto imposto — desiderio presente nei cittadini. Letteratura, musica, arte ovviamente sono bandite. Perfino i palazzi hanno una tonalità grigia e triste, pensata anch’essa a mo’ di anestetizzante. La prosa di Cavalli, ossessiva e a tratti volutamente meccanica, racconta con un realismo paradossale questo universo da incubo:

«Le abitazioni degli abitanti in classe cinque di DF erano tutte a due piani, tutte dipinte all’esterno di grigio quattrocentoventotto, così come i muri interni. La casa era composta da un ingresso stretto e lungo, a destra una mensola grigia quattrocentoventidue, per svuotare le tasche, a sinistra un attaccapanni per giacche e cappelli grigio quattrocentoventidue, poi un salone centrale arredato con un divano angolare nero settecentoventisette, un tavolinetto basso in plastica nero settecentoventisette, una televisione che per gli abitanti di classe cinque era di quarantanove pollici e un vaso di fiori finti con gambo verde trecentodue e petali verdi trecentosedici, colori utili al rilassamento defatigante […]».

L’utilizzo martellante delle ripetizioni, la sintassi ipotattica e la punteggiatura fluida e spesso mancante esibiscono linguisticamente la fallacia principale del progetto politico alla base di DF: una società priva di emozioni, infatti, è la più ossessiva e morbosa che si possa immaginare. La freddezza inscenata allo scopo di annullare ogni malattia possibile è in realtà una malattia essa stessa. Il merito maggiore della prosa di Cavalli è quello di agire direttamente sul contenuto, svelandolo e perfino modificandolo; la sua scrittura è debitrice di Bolaño e soprattutto di Saramago: come nei romanzi dello scrittore portoghese (si pensi in particolare a Cecità o Le intermittenze della morte), in Nuovissimo testamento a dominare è il racconto corale. La scelta di alternare costantemente personaggi e punti di vista, di raccontare la storia attraverso una sorta di voce molteplice, che si spezza però in mille direzioni, è vincente, perché amplifica e al contempo contrasta l’ossessività della lingua e della vicenda.

Nuovissimo testamento, d’altronde, è un romanzo tutto costruito sui paradossi: ogni immagine, ideologia, emozione, possiede per Cavalli un volto segreto, una possibile lettura antitetica. Quando le Brigate Sentimentali — questo il nome del gruppo rivoltoso che, partito da quell’orribile reparto di ospedale, decide di risvegliare con ogni mezzo l’empatia negli abitanti di DF — compiono un “attentato” sparando a tutto volume in metropolitana la Sinfonia 5 di Beethoven, il risultato è sconcertante: la gente, scioccata da quell’inaspettato turbinio di emozioni, quasi impazzisce; uno si cava gli occhi, altri finiscono schiacciati da un treno — c’è anche chi, però, rimane paralizzato in balia dell’estasi.

Un personaggio pieno di contraddizioni è viceversa il presidente di DF, Andrea Bussoli, inquietante rappresentazione del potere: mentre infatti il popolo conduce la sua esistenza sedato, non è così per la classe governante, che, trincerata in una cittadella, non ha affatto rinunciato alle emozioni. Eppure, nei momenti di crisi che seguono ai “focolai di empatia”, il presidente sembra ripetutamente non reggere l’ansia e la paura che sono la controparte del suo stato di privilegiato; è Bussoli stesso, in fondo, a desiderare che gli venga somministrato il vaccino, che anche lui possa smettere di “sentire”.

Dopo Carnaio, con cui era stato finalista al Premio Campiello e aveva già raccontato violenze e disumanità del presente, in Nuovissimo testamento Cavalli continua la sua straniante esplorazione narrativa dei mali della contemporaneità: in una società come la nostra, basata sulla ricerca dell’emozione a tutti i costi, la scelta dello scrittore di dipingere un mondo privo di empatia è più coraggiosa, e originale, di quanto si possa credere. Cavalli mostra infatti che il possesso della libertà comporta una grande dose di fatica, e conduce a varie contraddizioni: per essere liberi bisogna assumersi delle responsabilità, accettare anche delle brutture. Sentire, insomma, fa malissimo, ma è necessario. Il sentimentalismo spicciolo però, le emozioni usa e getta da cui siamo circondati — o meglio imprigionati, asfissiati non meno degli abitanti di DF –, non hanno niente a che spartire con le sensazioni contrastanti e complesseche assalgono i personaggi di Nuovissimo testamento una volta liberi dal giogo del vaccino. L’apatia di DF assomiglia a quella della nostra società, in superficie colma di emozioni (false e in fin dei conti sedative), ma nel profondo mostruosamente ipocrita.

Giulio Cavalli ha insomma ripreso alcuni topos della letteratura fantascientifica e distopica per poi complicarli, evitando ogni soluzione facile: la visione del mondo di Nuovissimo testamento è inquietante, a tratti spietata. Sul finale d’altronde il libro sprofonda in un pessimismo disarmante e per questo realistico; quello dello scrittore non è un semplice monito, quanto un fedele ritratto del presente. Una cronaca dei meccanismi profondi piuttosto che una mera previsione. Proprio per questo la speranza — che nel romanzo assume vari nomi: lotta, rivolta, empatia — si coglie costantemente tra una riga e l’altra; e non potrebbe essere altrimenti, perché Nuovissimo testamento è un libro politico nel senso che è vivo, che smuove il lettore, lo stimola all’azione.

(Giulio Cavalli, Nuovissimo testamento, Fandango Libri, 2021, pp. 288, euro 19, articolo di Claudio Bello)

Originally published at Giulio Cavalli.

attore, autore, scrittore, politicamente attivo. http://t.co/Bh66wmCwVe

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